

Il Blues dell'assassino.
(Vivere per ricordare)
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Cosa ti devo raccontare, capo? La mia esistenza? Perché esisto nonostante tutto? -
Patroclo prende un altro generoso sorso dal cartone con un disegno divertente che provava a giustificare la presenza di qualche tipo di vino a basso costo al suo interno. Alcune gocce viola scivolano sulla sua barba incolta e spariscono come se anche i peli avessero sete.
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Ero un tipo a posto, sai, capo? - Continua soddisfatto - Ero uno di voi. Con la giacca e la cravatta e il cellulare. - Fruga tra gli abiti e tira fuori un vecchio Samsung con lo schermo sbriciolato. - Quello ce l'ho ancora. Non lo perdo, anche se non so più chi chiamare e nessuno mi chiama. -
Tira fuori da una tasca un pezzo di pane farcito con qualcosa che sa di formaggio ma non lo è e inizia a masticare lentamente.
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Ho ancora tutti i numeri dei miei vecchi amici, capo. Ho ancora tutti i loro numeri di telefono e li ho qui in testa; non ne ho mai dimenticato uno, nossignore, non scordo mai niente. Non scordo mia madre, quella santa donna che mi voleva bene e voleva bene a tutte le anime che incontrava. E mi ha dato tanto di quello che poteva dare e non so nemmeno se è ancora in questo mondo o nell’altro. E ricordo mio padre, oh sissignore. Lo ricordo bene che anche lui mi voleva bene. Gran lavoratore, il vecchio, gran chiacchierone. -


Patroclo fa un respiro molto lungo e profondo, rimette nella tasca quello che resta del pane farcito.
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Mi ha insegnato lui a ricordare le cose, con il suo metodo infallibile. Mi ha insegnato che bisogna essere onesti con chi si ha intorno e soprattutto con la legge, sissignore. Soprattutto con la legge. Mi ha insegnato a guidare, a nuotare, a leggere e scrivere che sono arrivato all’asilo che già sapevo leggere e scrivere, oh si. E anche di lui mi ricordo tutto. Anche che era razzista e odiava le donne. No, non mia madre, sua moglie non la odiava. La sopportava perché faceva il suo mestiere e non diceva mai di no. Ma le altre donne, quelle con quelle strane idee in testa, oh se le odiava. E ha convinto anche me che le donne sono pericolose per la salute mentale di un uomo. E io gli volevo bene a mio padre. Anche a mia madre, ma lei non si intrometteva in questi discorsi, No capo. Lei stava zitta come lui voleva. E tutto andava liscio da noi. Anche questo lo ricordo bene. -


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E poi sono andato via, capo. Sono andato via da casa come deve fare un uomo e sono andato a lavorare. Lavoro sodo, quando c’è da lavorare, sai capo? Sissignore, lavoro duro se c’è da fare. Ho lavorato duro per tanto tempo e ho vissuto onestamente. Come mi ha insegnato mio padre: sono stato onesto con chi avevo intorno e con la legge. Soprattutto con la legge. Così ho pensato che anche io dovevo mettere su famiglia e mettere al mondo un erede a cui dare la mia educazione. Sissignore, un bel bambino da sfamare e proteggere, una moglie da tenere a bada come mi aveva insegnato mio padre che mi desse quel bambino a cui spiegare il mondo. E lì ho fatto l’errore. Lì ho sbagliato e mi sono messo nei guai. Mi sono innamorato e solo il signore sa quanto ero innamorato di quella donna. E mi sono dimenticato, per la prima e unica volta, non mi sono ricordato di quello che mi aveva insegnato mio padre. -


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Ma lei era bella, capo. Era bella da soffocare di ansia se toglieva lo sguardo. Era selvaggia e libera e furiosa. E io impazzivo per lei. E mi amava, sissignore se mi amava, e lo faceva come nessun’altra riuscirà mai a fare. Nemmeno Dio che sta lassù e si dice che lui ama tutti, ma lei amava solo me.
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Ma era anche folle e libera. E chiedeva. Voleva andare in posti, vedere gente, fare cose e pensare con le sue idee. Voleva il cielo e voleva volare, volevo un figlio e volevo restare con i piedi ben saldi sul terreno. Io le davo tutto quello che voleva: soldi, casa, automobile, pagavo le bollette e il cibo, tanto cibo e buono e chiedevo solo che restasse vicino a me. Chiedevo solo che non smettesse mai di guardare me. Ma i suoi occhi erano rapidi e curiosi, volavano dappertutto senza fermarsi, dappertutto andavano e io, te l’ho detto, capo, impazzivo di ansia e di amore.
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Ho dovuto farlo. Non ce la facevo più. -


Patroclo si avvicina un po’. Vede altra gente intorno e non vuole che qualcuno senta quello che mi sta raccontando. Sento l’odore del pane e del formaggio nella sua tasca e il fiato alcolico ma resisto.
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Ad un certo punto, ho sentito come un impulso, una spinta che partiva dallo stomaco e mi attraversava il cuore. Voleva lasciarmi, capisci, capo? Voleva essere libera e andare a cercare la sua vita lontano da me. Io sentivo le sue parole e piangevo, sissignore piangevo. E lei poi si è girata e voleva uscire, capisci? voleva togliere il suo sguardo da me e si è girata verso la porta e io ho sentito questa forza dentro che andava dallo stomaco, al cuore, alle braccia, alle mani che si stringevano e il suo respiro che si interrompeva. Ricordo tutto, capo. Ricordo ogni attimo del suo ultimo momento e lo vedo ogni volta che chiudo gli occhi. E sono scappato. Anche questo ricordo. Che sono scappato per non farmi prendere. Non dalla polizia, non ho paura di loro, sono sempre stato un uomo onesto. Sono scappato dalla morte che avrei dovuto affrontare anche io.


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Si guarda intorno per accertarsi che nessuno abbia sentito.
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Cosa ci faccio qui? Continuo a scappare, capo. E non mi devono prendere. La polizia o la morte. Se mi prendono mi puniranno a modo loro e non voglio che mi puniscano loro, non lo sanno fare. Io devo decidere qual è la punizione per il mio peccato. E la mia punizione è questa: freddo, caldo, pioggia e fame e sete e tutti i giorni, sissignore tutti quanti i giorni, il ricordo di quell’ultimo repiro, di quell’ultimo sguardo. Di un amore così grande che mi brucia come una fiamma ossidrica e non ci sono più i suoi occhi a spegnere il fuoco. Ma lo accetto come punizione. Questo devo passare per quello che ho fatto. Non c’è più lei, non ci sono più io, c’è solo l’amore che provo per uno sguardo che non sarà mai più mio.
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Si interrompe come se qualche pulsante, schiacciato da chissà chi, gli avesse spento l’attenzione per quello che stava facendo. Mette le sue cose nelle tasche della giacca e si gira andandosene come se non mi avesse mai parlato. Non lo seguo, non cerco di fermarlo. Lo guardo allontanarsi tra la gente che si scosta schifata dall’odore di vino a poco prezzo, pane e formaggio.

