

Il Club Dei 27
(Quando muori, non vai in paradiso parte 1)
Janis si svegliò e la prima cosa che notò fu la sensazione di stare bene. Lo stupore derivava dal fatto che non riconosceva quella sensazione come sua. Era abituata a farsi svegliare dalla nausea, da un crampo o da un incubo spaventoso che la faceva sobbalzare nel letto svegliandola spesso ancora vestita e con un maledetto sapore di morte in bocca.
Aprì gli occhi trovandoli sorprendentemente precisi nel riconoscere quello che aveva intorno. Nessuna forma sfocata, nessun dolore che arrivava fino al cervello, nemmeno un piccolo bruciore anche strofinando. L’unico problema era che ciò che vedevano gli occhi non corrispondeva a quello che ricordava di aver abbandonato la sera prima. Anzi, quello che pensava di ricordare, visto che della sera prima non era in condizioni di ricordare nulla.
Si mise a sedere sul bordo del letto e si guardò intorno cercando di capire dove poteva essere.
la stanza era veramente spaziosa, pulita e arredata con un gusto delicato da mobili in stile ottocentesco dai colori che andavano dal bianco perle al rosa tenue. L’aria aveva un buon sapore e una grande finestra incorniciata da tende candide mostrava un bosco illuminato da una giornata radiosa.
Janis si alzò con la prudenza a cui si era abituata, ma si rese conto che il suo corpo rispondeva senza esitazione e senza nessun dolore ai comandi.
-
Cazzo se sto bene oggi. - Esclamò. - Non mi sembra vero. beh, se è un sogno, me lo voglio proprio godere. Deve essere quella roba che ho preso ieri sera. Soldi ben spesi, stavolta. -


Uscì dalla stanza e si ritrovò in un lungo corridoio con molte porte, alcune aperte, alcune chiuse. Da quelle aperte si potevano intravvedere altre stanze come quella che aveva lasciato e pensò che doveva essere una specie di albergo anche quello in cui si trovava.
Dal fondo del corridoio, una musica la guidò fino ad un salone molto ampio e illuminato da enormi finestroni. Lo spazio era vuoto tranne che per un pianoforte sul fondo davanti al quale sedeva un tizio con un vestito molto appariscente e un caschetto di capelli biondi che gli coprivano la faccia. Di fronte a lui, su uno sgabello di legno, un altro uomo dalla pelle scura e magro come pochi, accompagnava il pianista con una chitarra che sembrava avesse attraversato secoli di battaglie. La musica che riempiva la stanza era un blues brillante e sveglio che faceva voglia di battere il piede sul pavimento.
I due musicisti erano in sintonia e si lanciavano occhiate di intesa che precedevano passaggi audaci nelle melodie.
Janis si avvicinò piano ai due che non sembrava si rendessero conto di avere un’audience. Mentre si avvicinava, si accorse che la musica la stava avvolgendo quasi come se non provenisse più dagli strumenti ma che fosse, come l’aria, presente e vibrante in tutta la stanza.


le venne improvvisamente un desiderio di partecipare a quella jam session e, quasi senza accorgersene, cominciò ad improvvisare una melodia con la voce.
I due musicisti alzarono appena lo sguardo verso di lei continuando a suonare e accogliendo naturalmente quel nuovo elemento canoro.
Il concerto improvvisato proseguì per un tempo che non sarebbe possibile quantificare. La luce, fuori dalle finestre non era cambiata, ma potevano essere passati anni da quando era cominciato quello scambio. I tre artisti si ritrovarono uno di fronte all’altro stanchi ma soddisfatti di aver tirato fuori dalle loro invenzioni tutta l’anima che erano riusciti a trovare.
- Ci sai fare con la voce. - Ammise il musicista di colore rivolto a Janis. - hai un dolore particolare nel tuo tono. -
Janis sorrise, le venne in mente che da tanto non sorrideva così. Risate sguaiate, questo ricordava, reazioni esageratamente ilari a battute volgari o pessime prese in giro, questo ricordava, ma un sorriso rilassato e semplice era tempo che non riusciva a produrlo.
- Non uso i polmoni. - Confessò. - Uso il cuore. Quella che passa attraverso le corde vocali non è aria, è la mia anima. - Guardò verso l’altro musicista. - Ma io conosco la tua faccia, i tuoi capelli. Tu sei Brian, giusto? Mi avevano detto che eri morto. -
Brian si stirò la schiena e sorrise mellifluo.
- Ci hai preso in pieno, bella signora. Sono Brian e si, sono morto. - Indicò il chitarrista. - E lo è anche lui. tesoro, ti presento Robert. -


Janis li guardò entrambi. Si stupì di non provare paura. Le sembrava quasi naturale essere lì in mezzo a loro e, senza dubbio, essere anche lei in un posto che non era il mondo reale. Dopotutto, era lampante. Da quando si era svegliata su quel letto, in perfette condizioni fisiche, perfettamente lucida e senza nessun desiderio di sprofondare negli effetti di qualsiasi sostanza, aveva avuto questo sospetto che gli girava in un angolo dei pensieri. Ovviamente, aveva provato a negarlo. La morte non era un concetto che aveva affrontato lucidamente. Che nessuno affronta lucidamente.
- Ora comincerai a pensare a quello che ti ha portato qui. - Brian si infilò nei pensieri di Janis. - L’ho fatto anche io, è normale. Ma lascia stare i sensi di colpa. Eri solo in cerca di un’intesa con il mondo che era impossibile da trovare. E l’hai chiesta al tipo sbagliato. -
Il Diavolo Blu. - Realizzò Janis. - Gli ho chiesto tante persone intorno a me. -
- E le hai avute. ma non erano le persone giuste. -
- Io gli ho chiesto l’amore di una donna. - Confessò Robert. - Ma fu l’amore di un uomo per la stessa donna a finirmi. -
- Nessuno ti regala niente. - Ammise Brian. - nemmeno il Diavolo Blu. -
Il dialogo si interruppe quando i tre videro entrare nella sala un altro personaggio. Un’altro uomo di colore con un grosso cespuglio di capelli neri e vestiti sgargianti si avvicinò dondolando sui suoi passi.
- Lui è Jimi. - Annunciò Brian. - Ma sono sicuro che lo conosci già. -
- Porca zozza, Jimi! - Esclamò Janis andando ad abbracciarlo. - Mi sei mancato, brutto pazzoide. -


Jimi ricambiò l’abbraccio, diede una pacca sulla spalla a Brian e si avvicinò a Robert.
- Scusa se ti ho lasciato solo con questi visi pallidi, fratello. ma dovevo davvero fare due chiacchiere con il nuovo arrivato. -
Si girò verso l’ingresso della sala e indicò una persona che era ferma sulla porta.
- Anche lui è appena arrivato ed è un po’ disorientato. Vi Presento Jim. -
Jim si avvicinò a loro.
- Beh, ragazzi, questa si che si può chiamare una strana coincidenza. -


- Jim, cosa ci fai qui? Anche tu? - Janis era stravolta. Ricordava di averlo visto pochissimo tempo fa ballare come un indemoniato sul palco A Wight. - Non posso crederci. -
- Beh, mia dolce alba tragica, a quanto pare, Sai quanto pallida lasciva e fremente
viene la morte a una strana ora. - Declamò Jim facendo una piroetta.
Il gruppo rimase in silenzio per un po’, nessuno sapeva bene cosa dire, poi Robert si mosse verso la zona con gli strumenti. Dove prima c’erano solo un pianoforte ed uno sgabello di legno, ora erano comparsi altri strumenti e alcuni amplificatori.
Gli altri lo seguirono e si misero ai loro posti senza parlare, come se fossero già istruiti su dove sistemarsi. La musica partì e riempì di nuovo la stanza. Ancora una volta il tempo si dilatò e passarono forse dei giorni, forse delle ore prima che tutti i musicisti si rendessero conto che qualcun altro stava assistendo al concerto.
Fine prima parte.

